L’impiego del concetto di campo nella pratica della psicoterapia.

 

Claudio Neri *

 

Articolerò il discorso in tre parti. Nella prima chiarirò – a grandissime linee – come io intendo il concetto di campo. Nel mondo psicoanalitico, infatti, non vi è un solo modo di pensarlo, ma molti (Fosshage 2015; Tubert-Oklander 2015).

La seconda parte è un seguito della prima: mi concentrerò infatti sul tratto che caratterizza maggiormente il mio modo di concepire questa idea. Il campo psicoanalitico – a mio avviso – non è il solo campo di cui bisogna tenere conto: all’interno e fuori del campo analitico, sono attivi altri campi rilevanti per la vita del paziente e quindi anche per la conduzione dell’analisi.

La terza ed ultima parte dell’esposizione è soprattutto clinica. Presenterò alcune brevi illustrazioni tratte dalle analisi di vari pazienti. Nel lavoro con questi pazienti, il concetto di campo è risultato utile per chiarire ed affrontare diversi tipi di problema. Completerò la presentazione di ognuno dei resoconti clinici con qualche nota di teoria della tecnica.

 

Il mio modo di intendere il campo

  • Per me, il campo non è soltanto un concetto, ma anche un dato oggettivo che corrisponde ad una serie di fenomeni riscontrabili in seduta. Ha cioè un’esistenza e una consistenza analoghe a quelle del campo che è oggetto di studio della Fisica. Il concetto di campo – come è noto – è stato sviluppato nell’ambito della Fisica alla fine dell’Ottocento per spiegare l’elettromagnetismo e più in generale il fenomeno dell’interazione a distanza tra i corpi (Neri e Selvaggi 2006, pp. 180‑185).

Nel 1864 Maxwell – ampliando le ricerche di Faraday – ha presentato a The Royal Society alcune equazioni che descrivevano il campo elettrico, quello magnetico e le loro interazioni con la materia.

 

«[… Maxwell e Faraday hanno così] aggiunto un ingrediente al  [… ] mondo di Newton: il campo elettromagnetico.

Il campo è un’entità reale diffusa ovunque, che porta le onde radio, riempie lo spazio, può vibrare e ondulare come la superficie di un lago, e “porta in giro” la forza elettrica (Rovelli 2014, p. 16).»

 

Il campo elettromagnetico non è direttamente osservabile; la sua intensità e direzione, però, possono essere rilevate e misurate con un magnetometro.

Quarant’anni più tardi, nel 1905, Einstein ha formulato la teoria della relatività ristretta. Nel 1915, con la presentazione della teoria della relatività generale, egli ha risolto il conflitto tra la relatività ristretta e la teoria della gravitazione di Newton.

 

«Einstein [… ha capito] che anche la gravità, come l’elettricità, deve essere portata da un campo: deve esistere un “campo gravitazionale”, analogo al “campo elettrico”; e ha cercato di capire come possa essere fatto questo “campo gravitazionale”  e quali equazioni lo possano descrivere.

E qui arriva l’idea straordinaria, il puro genio: il campo gravitazionale non è diffuso nello spazio: il campo gravitazionale è lo spazio. Questa è l’idea della teoria della relatività generale.

Lo “spazio” di Newton, nel quale si muovono le cose, e il “campo gravitazionale”, che porta la forza di gravità sono la stessa cosa (Rovelli 2014, p. 16).»

 

«A un secolo esatto dalla predizione teorica, […] due giganteschi rivelatori hanno captato per la prima volta i sussulti dello spazio-tempo, le onde gravitazionali. […] Vengono le vertigini (e i brividi) a pensare che ciò che è stato osservato non è, come è sempre successo finora, qualcosa che si propaga nello spazio-tempo, ma lo spazio‑tempo stesso, che si increspa come la superficie di uno stagno quando vi gettiamo un sasso. Nel caso delle onde gravitazionali, i sassi sono rappresentati da eventi cosmici estremi, che coinvolgono oggetti incredibilmente massicci. L’onda scoperta da Ligo è stata prodotta dalla fusione di due buchi neri a più di un miliardo di anni luce dalla Terra. In questo evento, una massa pari a quella di tre Soli si è convertita (sempre Einstein!) in una quantità inimmaginabile di energia di radiazione gravitazionale, diluitasi poi in tutto l’universo e giunta fino a noi come un impercettibile refolo (Barone 2016, p. 27).»

 

Qualsiasi evento relativo ad un oggetto del campo gravitazionale (ad esempio un pianeta o una stella) influenza tutti gli altri oggetti, ai quali si trasmette non direttamente ma attraverso modificazioni del campo. Più in generale, si può affermare che il campo è un sistema. Spazio, tempo, metodo di osservazione e oggetti, sono parte di un sistema solidale le cui proprietà non possono essere ricondotte a quelle dei singoli elementi  (Neri e Selvaggi 2006, pp. 180‑185).

 

  • Un secondo punto essenziale del mio modo di pensare il campo corrisponde alla precisazione che campo e relazione debbono essere distinti. Soltanto dopo averli differenziati, si potrà metterli in rapporto (Neri 2007).

Nel distinguerli e metterli in rapporto, seguo soprattutto le indicazioni di Hans Loewald. Secondo Loewald (1960; 1960a), la relazione è una forma altamente sviluppata di dialogo e di interazione psichica, nella quale due o più persone interagiscono tra loro. Una relazione si realizza contemporaneamente a vari livelli; il nucleo essenziale di significato del termine, tuttavia, fa riferimento all’interazione degli individui in quanto centri di attività psichica, che sono di per sé molto organizzati e relativamente autonomi.

Loewald aggiunge che ognuna delle persone impegnate in una relazione, dipende per il proprio sviluppo e la propria preservazione dal rimanere nell’ambito del campo affettivo, sociale e culturale che è proprio di quella relazione. In altri termini, il campo non soltanto influenza la relazione, ma svolge anche un’attività nutritiva e di sostegno sugli individui e sulle relazioni. In altre circostanze, al contrario, il campo svolge un’attività svuotante e paralizzante sulla relazione e sulle persone. Ad esempio un campo di affettuoso interesse ed autentico rispetto nutre la relazione. Un campo di eccessivo formalismo oppure di dilagante confusione e sciatteria la svuota.

Io penso che gli individui, la relazione ed il campo costituiscano un sistema. Ritengo, inoltre, che le funzioni dei tre componenti possano variare. Solitamente, gli individui sono la sorgente dell’attività e dell’intenzionalità che si manifesta in analisi; la relazione è il contesto in cui tale attività prende vita; il campo è una dimensione di base della relazione.

Altre volte, però, un particolare tipo di campo si può manifestare, non come dimensione di base della relazione, ma piuttosto come qualcosa che è presente al posto di una relazione che è venuta a mancare o prima che si stabilisca una relazione. Utilizzerò un frammento clinico per illustrare questa particolare situazione.

 

Roberto – un uomo di circa quaranta anni – da due anni è chiuso in casa. Racconta al medico ed all’infermiere che lo vanno a visitare di essere sottoposto ad un campo elettromagnetico provocato da Radio Maria. Roberto ha chiamato più volte i carabinieri per una disinfestazione della casa dal “campo Radio Maria”, ma senza alcun risultato.

Gli operatori del Centro di salute mentale, che successivamente lo hanno seguito, abbinando alla psicoterapia un trattamento farmacologico, fanno l’ipotesi che il campo elettromagnetico possa rappresentare una particolare forma di unione del paziente con la madre che era morta alcuni anni prima. La madre e la relazione residua si manifesterebbero come “campo-Radio Maria”.

 

Il “campo elettromagnetico provocato da Radio Maria” rappresenterebbe dunque contemporaneamente uno stato mentale (ciò che ha preso il posto della relazione di Roberto con la madre defunta) e la sua condizione di concreto imprigionamento in casa (Neri 2009).[1]

 

  • Il terzo elemento che caratterizza il mio modo di intendere il concetto di campo corrisponde alla puntualizzazione che il campo ha una diversa evidenza ed un differente importanza, a seconda che si stia lavorando nel setting tradizionale (duale) o in un gruppo (Neri 1988).

Nel mio lavoro di psicoterapista di gruppo, il concetto di campo è centrale mentre quello di relazione è sullo sfondo. Viceversa, nel lavoro di analista individuale, la relazione è centrale e faccio ricorso al concetto di campo soltanto quando devo affrontare situazioni particolari.

Questa scelta è guidata da varie motivazioni. La più importante è la diversa evidenza, che l’esperienza dell’esistenza di un campo condiviso ha a seconda che io lavori in uno o nell’altro setting. In gruppo, ho fatto con grande regolarità l’esperienza che il mio comportamento e quello degli altri partecipanti erano influenzati dalla presenza ed attività di potenti campi che si presentavano con fenomenologie analoghe a quelle descritte da Bion, quando ha parlato della “mentalità collettiva di gruppo di lavoro” e dei tre “assunti di base”. In gruppo, inoltre, ho fatto regolarmente l’esperienza di fruire di un campo più ampio della psiche individuale, che sosteneva me e gli altri membri del gruppo nel lavoro di pensare e capire. Nella mia attività di psicoanalista individuale, invece, sia l’esperienza dell’attività di campi analoghi agli assunti di base, quanto quella di fruire della “psiche allargata” sono state meno frequenti e meno nette.

Nel setting duale, le esperienze più direttamente riferibili alla presenza di un campo condiviso erano relative a variazioni positive o negative del campo stesso. Il passaggio da una situazione in cui in seduta prevaleva un campo benigno ad una in cui dominava un campo opprimente, poteva essere equiparato al cambio da un regime meteorologico di fresco vento di maestrale ad un regime di caldo ed umido vento di scirocco. Con lo scirocco ci si sente fiacchi di mente e di corpo.

Nel setting duale, le esperienze relative alla relazione, mi si sono presentate con evidenza molto maggiore rispetto a quelle relativa al campo. Mi riferisco, ad esempio, all’avvertire che tra me ed un certo paziente si era stabilita una relazione su cui potevo fare affidamento. Altre volte, l’esperienza è stata che io – in quanto membro di un tandem – stavo dando un apporto utile e che tale apporto portava il contrassegno di un mio modo unico e particolare di essere e mettermi in relazione con un altro. Questa esperienza era accompagnata da chiari segni che il paziente stava facendo altrettanto. Il lavoro ed il discorso in seduta venivano costruiti spalla a spalla.

 

Un quarto tratto del mio modo di intendere il concetto di campo può essere chiarito, dicendo che io lo impiego non come base di una teoria generale del lavoro psicoanalitico, ma come uno strumento concettuale che si affianca ad altri strumenti (Ferro 2015, Ferro e Civitarese 2015). In altri termini, non impiego il concetto di campo in antitesi o in sostituzione di concetti, come il transfert o il controtransfert. Lo uso invece per esplorare nuovi “ambienti” dell’attività psicoanalitica oppure elementi sfuggenti e difficili da rappresentare della situazione psicoanalitica. Carla De Toffoli (2005) scrive a questo proposito: «[… quando] accade qualcosa che esorbita dagli abituali parametri spazio-temporali, [qualcosa] che travalica i confini individuali, [qualcosa] che non è contenibile nelle categorie conosciute […] allora può essere utile ricorrere al modello di campo perché l’esperienza possa essere rispecchiata [ricevere una risposta] ed in qualche modo resa pensabile, affinché non vada perduta.» In particolare, impiego il concetto di campo per dare conto dei potenti effetti del campo-ambiente della famiglia del paziente oppure del modo in cui fattori soggettivi e sociali si integrano nel determinare un certo problema. Un altro impiego che dò al concetto di campo è quello di guidare alcune mie modalità di partecipazione ed intervento in seduta, che sono diverse da quelle classiche, come la interpretazione. Ad esempio, ho in mente il concetto di campo quando chiedo ad un paziente di descrivere gli ambienti in cui vive e lavora, oppure quando gli indico che è importante tenere in conto la pervasività delle atmosfere, oppure ancora quando accompagno il paziente nella esplorazione del campo analitico e dei altri campi-ambiente.

 

Altri campi

Presenterò ora sinteticamente il tratto che caratterizza di più il mio modo di intendere il concetto di campo.

 

  • Differentemente rispetto a ciò che pensano altri colleghi, io non ritengo che il campo analitico sia l’unico che dobbiamo prendere in considerazione. Nella vita del paziente vi sono altri campi nei quali è incluso e nella sua mente altri campi che lo influenzano. Ad esempio, vi possono essere il campo di un’istituzione o di un’associazione a cui appartiene, il campo della sua famiglia ristretta e quello della famiglia estesa.

Gli effetti della presenza ed attività di questi campi possono essere favorevoli, ma anche disturbanti. A mio avviso, per un buono sviluppo terapeutico, è importante  mettere a punto un progetto di lavoro relativo inparticolare ai campi oppressivi ed annullanti che possono essere presenti nella realtà e nella mente del paziente. Individuarli, però, spesso è difficile. Non si tratta infatti di fenomeni localizzati e ben definiti, ma di entità diffuse e pervasive. Inoltre, frequentemente, questi campi si mimetizzano nell’ambiente e come ambiente (Neri 2013b).

 

Presenterò quattro illustrazioni cliniche centrate soprattutto su questo punto.

 

Valerio

Nel lavoro con Valerio, lo spunto ad utilizzare l’idea che nella sua vita potesse essere presente un “altro campo” molto disturbante, mi è arrivato dall’improvviso emergere – nel corso di una seduta – del ricordo della vita di un eroe dei fumetti. Quando Superman, il supereroe entra in una stanza o in una zona dove vi è anche solo il più piccolo frammento di Kryptonite diventa debole, si sente male e perde tutti i suoi poteri. Il materiale radioattivo, che fiacca il supereroe è formato da schegge provenienti dal suo pianeta di origine che è esploso, da Kripton.

Valerio doveva fare fronte ad una simile catastrofica trasformazione, che avveniva non solo in presenza della madre, ma anche quando percepiva soltanto qualcosa che gli richiamava lontanamente alla mente l’esistenza della madre. Non appena entrava in contatto materialmente o solo psichicamente con il campo Kryptonite-mente della madre, Valerio diveniva confuso, spaventato, affranto. La sua faccia si faceva tetra. Lui stesso diveniva quasi del tutto inavvicinabile per me (ed anche per chiunque altro).

L’impiego che ho dato al concetto di campo, nell’analisi di Valerio, inizialmente è stato soltanto quello di aiutarmi a capire che i rapidi mutamenti delle condizioni psichiche del paziente, non erano dovuti (o erano dovuti soltanto in minima misura) a qualcosa che avevo detto, ma dipendevano dall’imprevedibile rendersi presente del campo-Kryptonite. Successivamente, io ed il paziente abbiamo imparato che – se necessario – poteva tenersene lontano. Infine, abbiamo capito che gli effetti del campo Kryptonite non dipendevano soltanto da una madre che soffriva di allucinazioni, ma anche da un padre violento. Il padre, a tratti, infuriava non direttamente su Valerio, ma specialmente su uno dei suoi fratelli. Questa violenza però impregnava l’intero campo‑ambiente.

 

Isabel

Per Isabel, l’azienda in cui lavorava non era una situazione o un oggetto del tutto distinti da lei. Era invece qualcosa in cui era immersa; e contemporaneamente anche qualcosa che in modo pervasivo occupava quasi per intero la sua vita ed i suoi pensieri (Neri 2013a; 2013b, 2015).

In coincidenza con il suo riportare nelle sedute questi gli effetti prodotti dal suo stare nell’azienda, percepii dei cambiamenti che riguardavano anche il “campo analitico”. Era come se questo fosse occupato da una silenziosa ed invisibile forza inibente ed imprigionante. Tutto era piatto e dolorosamente uguale: ora dopo ora, giorno dopo giorno. Avvertivo inoltre difficoltà a provare sentimenti personali. Mi è venuta in mente la pesante atmosfera che si viveva a Praga, dopo l’occupazione dei carri armati sovietici, quando questi si erano ritirati appena alla periferia della città.

A che cosa corrispondeva il mondo dell’azienda per Isabel? Chi erano i carri armati? Il padre? La madre? La famiglia?

Ho lasciato – momentaneamente – sullo sfondo queste domande. Ho preferito privilegiare invece ciò di cui mi sembrava che vi fosse un più immediato bisogno: la condivisione del concreto svolgersi della vita quotidiana di Isabel. Ho dunque “preso sul serio” l’azienda, considerandola come una situazione immaginaria, ma anche reale. L’ho presa in considerazione, però, come qualcosa che Isabel non conosceva veramente, pur dicendo di conoscerla; e che – in un senso soltanto convenzionale e fattuale – Isabel conosceva.

Si potrebbe anche dire che nelle mie sedute psicoanalitiche con Isabel, irrompe la realtà e che la realtà può irrompere perché io – come psicoanalista – sono cambiato non ritengo più che il racconto per filo e per segno di quello che un paziente ha fatto durante la giornata sia qualcosa di noioso ed inutile (Bernabei 2015).

Parlando in analisi della azienda e delle sue dinamiche, a poco a poco, siamo riusciti a percepire l’esistenza di un “campo psicologico”, che corrispondeva soltanto in parte al “campo sociale” ufficiale ed esplicito dell’azienda. Questo “campo psicologico”  ‑ caratterizzato da indecifrabilità e ondate di spinte fagocitanti ed espellenti – fondamentalmente era poco adatto ad ospitare qualunque forma di vita intellettuale ed affettiva autonoma degli individui.

Questa prima conoscenza della natura del “campo‑psicologico-azienda” non è avvenuta attraverso una sua rappresentazione, ma piuttosto attraverso una condivisione, che si realizzava attraverso il fatto che io ‑ ascoltando con attenzione ed interesse i lunghi resoconti di Isabel – era come se la accompagnassi nel suo posto di lavoro. Stavo dunque ampliando il mio modo di operare in analisi, con l’accompagnare Isabel, uscivo da una visione dell’analis basata sul rappresentare per entrare in una visione che aveva al suo centro il condividere (Conci 2015, Katz 2015).

Con il tempo ed attraverso il lavoro analitico, io ed Isabel siamo poi riusciti a distinguere due tipi di campo diversi.

Il primo di cui ho già fatto cenno – può essere chiamato “campo‑psicologico-azienda”  o più semplicemente “campo-azienda”. Il “campo-azienda” corrisponde al vissuto iniziale di Isabel. Quando Isabel era sotto l’influenza, del “campo-azienda” – come ho già detto – non era in grado di distinguere sé ed i suoi stati d’animo dall’atmosfera e dalle tensioni presenti nell’azienda. Si sentiva sola e perseguitata. Altri suoi sentimenti – al di fuori della solitudine e del senso di persecuzione – avevano poco o nessuno spazio. Si potrebbe dire che erano stati espulsi dal campo e dalla mente. Anche il senso di solitudine e la persecuzione che Isabel avvertiva non erano a pieno titolo “sentimenti personali”; essi, infatti, erano tutt’uno con gli umori dominanti in un certo momento nel “campo‑azienda”. In una fase più avanzata del lavoro analitico, Isabel ha parlato di ciò che aveva sperimentato, dicendo di “avere vissuto per mesi ed anni in un lager.”

Il secondo tipo di campo è il “campo-racconto”. Il “campo-racconto” è uno spazio immaginario e simbolico creato dall’attività di raccontare e conversare svolta da me ed Isabel. È un campo dotato di tutte quelle qualità che sono proprie del racconto; ad esempio, il fatto che i sentimenti e le sensazioni sono legate a parole, a scene ed a narrazioni.

Il “campo-lager” (“campo‑psicologico-azienda”, “campo-azienda”) è rigido, concreto e reale; il “campo- racconto” – al contrario – è fictional e flou. Il “campo-racconto” è una possibile evoluzione positiva del “campo-lager”. Vivere in un “racconto-campo” corrisponde anche al fatto che un campo-concreto, come quello della azienda è diventato anche un po’ un campo psichico.

Io non solo ho riconosciuto ed aiutatto Isabel a riconoscere la qualità alienante del luogo, ma le ho anche offerto un riconoscimento che equivaleva ad una validazione alla giustezza delle sue percezioni e quindi alla sua capacità di riconoscere.

Bisogna tenere presente, però, che i due tipi di campo hanno coesistito uno accanto all’altro, per un lungo periodo del lavoro analitico. La trasformazione del “campo‑azienda” in “campo-racconto” avviene dopo che questo è stato fatto ripetutamente oggetto di una conversazione tra il paziente e l’analista, una conversazione che sia capace di animare vissuti spesso molto monotoni. Non solo riconoscere la qualità alienante del luogo, ma anche un riconoscimento della paziente che viene valicato nella giustezza delle sue percezioni e può quindi riconoscere la capacità di riconoscere.

Desidero precisare inoltre che parlando della trasformazione del “campo-azienda” in “campo‑racconto” non voglio dire semplicemente che il “campo-azienda” è contenuto nel “campo-racconto” creato dagli scambi tra i due partners della coppia analitica. Non avviene soltanto questo, ma si realizza anche una migrazione di immagini, sentimenti e sensazioni dall’uno all’altro. Le immagini, sentimenti e sensazioni di cui è ricco il discorso analitico vanno a popolare il “campo-azienda”. Questo allora non è più una terra desolata, un campo-lager, una Waste Land. Divenendo oggetto di una conversazione umana, diviene un po’ più umano.

 

Maria

Nel caso di Maria, ciò che ha attratto il mio interesse e quello della paziente è stata la presenza di un “campo-stile di nobiltà e sofferenza” che si era propagato tacitamente attraverso le generazioni (Neri 1993).

Maria – donna che ha passato da poco i quarantacinque anni – richiede un trattamento psicoanalitico perché sofferente di agorafobia. Nella breve esposizione che presenterò, il problema della agorafobia però resterà sullo sfondo, mentre sottolineerò particolarmente il rapporto tra propagazione di alcuni stati d’animo, il carente sviluppo della sua identità femminile e la tendenza della paziente a fondersi e confondersi con la madre ed anche con la figlia.

Per Maria, la relazione con la madre era stata di fondamentale importanza. La sua solidarietà con la madre era fondata, in grande misura, sul compartecipare la sofferenza.

Durante l’infanzia, per Maria, la madre era stata pressoché irraggiungibile, perché quasi sempre chiusa in un suo mondo di fantasie e ricordi. La madre prestava sollecita attenzione soltanto quando c’era qualche pena da condividere. Maria, dunque, per potere accedere alla vicinanza affettiva della madre, doveva accettare di conformarsi alla sua etica della sofferenza.

Un secondo aspetto della solidarietà tra madre e figlia era la convinzione di essere persone nobili. Persone che, in ogni caso, agivano, pensavano, sentivano, in modo nobile. La nobiltà colorava dunque anche il loro rapporto. Parlo di colorazione, perché ciò che veniva propagato era soprattutto una qualità abbastanza sottile ed ineffabile del rapporto. In altri casi – diversi da quello di Maria e di sua madre – ciò che viene trasmesso è soprattutto la mancanza di una qualità (ad esempio mancanza di calore o di vivacità). La nobiltà – come ho detto – colorava ogni aspetto della relazione tra Maria e la madre; e dunque anche la condivisione della sofferenza.

Questi tratti (etica della sofferenza, nobiltà) imprimevano un’impronta particolare e profonda, anche, all’identità di donna della madre di Maria. Nella famiglia di origine della madre di Maria, la donna era considerata incapace di ogni iniziativa pratica. Doveva essere protetta, come un’eterna bambina. La sessualità femminile era in parte ignorata, in parte repressa.

Il marito della madre di Maria apparteneva invece ad una diversa cultura e ceto sociale. Egli si era messo in relazione con lei perpetuandone i caratteri di debolezza e nobile accettazione, ma accentuandoli in termini di dominio ed asservimento. La nobiltà e l’accettazione della sofferenza, , per la madre di Maria, erano divenuti allora anche un mezzo per contrastare il senso di miseria e riscattare, almeno in parte, un’immagine positiva di se stessa.

Maria era riuscita, solo in piccola misura, a personalizzare e fare maturare il “modo di essere donna” che aveva assorbito dalla madre. Senza che lei se ne rendesse conto, questo modo (antiquato, incompleto ed appena abbozzato) di vivere l’identità femminile, si era poi esteso anche al rapporto con sua figlia.

In coincidenza con la pubertà, la figlia di Maria si era ammalata gravemente. Maria capì allora che per essere veramente di aiuto alla figlia, doveva mettere in discussione il legame che aveva con la propria madre.

Nel momento culminante del processo di revisione e cambiamento, Maria ha fatto questo sogno:

 

«Tre colleghe (insegnanti) venivano in visita nella mia casa. Mostrando loro il terrazzo, notavo tre vasi, montati uno sopra l’altro. Entravo in casa. L’attenzione si rivolgeva, ora, al tavolo da pranzo, che aveva un piede centrale unico. Il piede si apriva. Dentro, c’era una pianta, poco sviluppata ed in cattive condizioni per la mancanza di acqua, luce ed aria, ma ancora viva.»

 

Queste sono le associazioni al sogno:

 

  • I vasi montati uno sull’altro ricordano a Maria la linea femminile costituita dalla madre, lei stessa e la figlia.
  • Il piede del tavolo, il ceppo della famiglia.
  • La piantina soffocata, la figlia ed anche lei stessa.
  • La mancanza d’aria, luce ed acqua, gli affetti soffocanti, che caratterizzavano il legame tra lei e la madre.
  • Le tre colleghe che venivano a visitarla, una mentalità nuova (diversa da quella di sua madre) ed anche alle tre sedute analitiche settimanali.
  • La visita al terrazzo delle tre insegnati, una piccola invenzione che ha introdotto nella cura delle piante, e che crede possa riguardare anche il suo rapporto con la figlia.

 

Ecco il resoconto che Maria mi ha fatto della sua invenzione:

 

«L’anno passato, nel terrazzo, avevo messo delle piantine fiorite di impatiens o fiore di vetro dentro delle cassette, che contenevano già delle grandi piante rampicanti. Poiché i rampicanti hanno molte radici, queste piantine, che avrebbero dovuto dare colore al terrazzo, erano venute su grame e stentate.

Quest’anno ha pensato di fare qualcosa di diverso: mettere le piantine fiorite in ciotole di cotto da appoggiare sopra la terra delle cassette.

Ho anche provveduto che il cotto delle ciotole fosse sottile. La sottigliezza del cotto ha una ragione. Il terrazzo è dotato di un impianto automatico di annaffiatura, che comprende le cassette, ma non le ciotole aggiunte. Ho pensato che, quando d’estate fossimo partiti per le vacanze, le piantine si sarebbero potute nutrire per imbibizione, attraverso la sottile parete di cotto.

Ed è stato così, quando siamo tornati a Roma: nelle ciotole, la terra era secca in superficie, ma sotto era umida. E le piantine si sono riprese bene.»

 

Per comprendere il senso del sogno, è necessario che io dia qualche altra informazione sull’evoluzione della paziente in analisi. Prima dell’estate Maria, che aveva fatto molti progressi (ad esempio, veniva in analisi da sola e non più accompagnata da una vecchia tata-donna di servizio), mi aveva fatto una richiesta. Maria chiedeva una riduzione del numero delle sedute settimanali da quattro a tre. La riduzione del numero delle sedute aveva la finalità di stare più tempo a casa con la figlia.

La richiesta di Maria aveva suscitato in me alcuni dubbi. Mi ero domandato se in questo modo la paziente non stesse cercando di portare via dall’analisi una parte di sé. La sua richiesta, inoltre, investiva il setting e questo metteva in causa il mio ruolo di custode della stabilità dell’analisi. Alla fine, però, avevo accettato i cambiamenti richiesti, basandomi su alcune considerazioni. La paziente mi chiedeva fiducia e mi sembrava effettivamente degna di fiducia. Vi era una sua richiesta di maggiore autonomia. La paziente avrebbe utilizzato le ore rese disponibili per sviluppare una sua funzione essenziale, quella di madre. A settembre, dopo le vacanze, avevamo, quindi, iniziato con i nuovi orari.

Ritengo che la paziente, sulla base di questa scelta, era stata in grado di differenziarmi dentro di sé dall’atteggiamento rigido, dogmatico e “doveristico”, che la madre aveva sempre mantenuto con lei. Durante la pausa estiva questi elementi si erano sviluppati, ed ora il sogno indicava la possibilità di un nuovo tipo di relazione tra madre e figlia.

L’interpretazione che le fornisco è basata su queste idee:

 

  • Le piantine fiorite, poste nella stessa terra delle piante rampicanti dalle molte radici (le radici dell’albero genealogico, gli affetti totalizzanti), soffocano; staccate completamente però dalle radici, non potrebbero però rifornirsi di acqua e nutrimento.
  • Uno strato sottile e poroso (una pelle) deve tenerle separate e contemporaneamente in rapporto, con la terra, con il piede centrale del tavolo.
  • Così, le piantine avranno spazio per svilupparsi ed il nutrimento essenziale potrà passare dal vaso grande alle ciotole.

 

Nel caso di Maria, gli “affetti soffocanti” si estendevano dalla madre a lei, ed avevano inglobato anche il rapporto con la figlia. La relazione di Maria con l’analista però era preservata. Da questa base sicura, la pazienta aveva potuto prendere consapevolezza della condizione dei suoi rapporti fondamentali e cercare di modificarli.

La sequenza tratta dall’analisi di Maria, consente anche di fare alcune precisazioni sul concetto di campo e stabilire un rapporto tra questo concetto ed altri concetti psicoanalitici.

 

  1. Con il termine “campo” ci si può riferire a fenomenologie che, seppure nascono da certe persome e da determinate relazioni (gruppi o famiglie), divengono poi, in una certa misura, indipendenti dalle persone che le hanno originate.
  2. I fenomeni di “campo” rimangono spesso al di fuori della consapevolezza; altre volte, vengono percepiti soltanto come interferenze o come atmosfere oppressive.
  3. Il campo trans-generazionale – trasmesso o propagato, non fatto proprio e personalizzato dalla persona – si presenta spesso come una o più zone oscure dell’esperienza, e come elementi di rigidità del Sé.
  4. Il concetto di campo può essere messo in relazione con quello di fusionalitá. Ad un estremo, infatti, la fusionalità è una condizione necessaria per lo sviluppo della capacità di vivere profondamente i rapporti emotivi. Si tratta della fusionalità, intesa come base di ogni profonda compartecipazione emotiva. Ad un altro estremo, però. si collocano due condizioni fusionali che rendono difficile lo sviluppo della relazione: la concreta dipendenza dall’altro (bisogno della presenza fisica e della costante attenzione dell’altro); la confusione (l’altro è indistinguibile da sé e nel contempo irraggiungibile). Il campo che si era stabilito tra Maria e la madre era fondato su una fusionalitá che aveva questo secondo ordine di caratteristiche.[2]

 

Manfredi

Entrare in relazione con il sacro è accompagnato da timore, stupore ed incanto. Le istituzioni che presiedono alla vita religiosa – per parte loro – suscitano nelle persone che ambiscono a farne parte la tendenza a conformare i pensieri, le fantasie e le azioni ad elevati standard di purezza e correttezza. Il sacro e le istituzioni religiose, inoltre, proiettano la loro influenza (come un faro o più precisamente come un faro che diffonda un cono d’ombra) anche a grandi distanze spaziali e temporali (Neri 2016).

La psicoanalisi certamente ha poco in comune con il sacro e con la religione. Ciononostante, talora, avvicinarsi ad un’istituzione psicoanalitica, come la Società di psicoanalisi italiana, può corrispondere all’entrare in un cono d’ombra che ha caratteri simili a quelli proiettati dal sacro e dalla religione.

Manfredi al momento del nostro primo incontro ha 24 anni. Sta frequentando la facoltà di medicina ed è già molto avanti con gli esami. È intelligente, vivace e sportivo. Da alcuni anni, è fidanzato con una ragazza, che i suoi racconti presentano come simpatica e capace di guardare al futuro in modo piuttosto fiducioso. Il loro rapporto è intenso e solido.

Manfredi chiede il mio aiuto per un problema che riguarda aspetti ben delimitati del suo vissuto. Il suo problema non gli ha impedito di avere una vita attiva ed affettivamente ricca; però, in alcuni momenti, la sintomatologia diventa molto disturbante e Manfredi teme che possa dilagare.

Passano due anni e mezzo. I sintomi sono scomparsi. Il problema che ha portato Manfredi ad iniziare la psicoterapia è sostanzialmente risolto. Manfredi decide però di continuare le sedute. La psicoterapia, infatti, gli è utile per chiarire l’intricata situazione della sua famiglia di origine e per approfondire la conoscenza di se stesso. Manfredi, inoltre, ha un obiettivo che riguarda il suo futuro professionale: vorrebbe diventare psicoanalista.

Nel corso dei due anni ancora successivi (terzo e quarto anno di psicoterapia), Manfredi si laurea e supera l’esame di abilitazione. Fa poi la scelta di specializzarsi in psichiatria. Anche in questo rinnovato rapporto con l’istituzione universitaria Manfredi ha successo: viene accettato ed inizia a frequentare il reparto.

Il passaggio successivo è quello di presentare la richiesta di divenire allievo della Società psicoanalitica italiana. Manfredi prepara la domanda accompagnandola con un curriculum e riceve la lettera nella quale vengono indicati i nomi degli psicoanalisti con i quali dovrà fare i colloqui di valutazione.

Mancano ancora due mesi al momento in cui questi colloqui effettivamente avranno luogo. Ed ecco! Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barbarini! Ciò che non aveva fatto l’istituzione-università lo fa l’istituzione-psicoanalisi. Un cono d’ombra di perbenismo cala sul campo analitico e sulle sedute. Il comportamento, i pensieri, i sogni di Manfredi cambiano e mostrano sempre ed immancabilmente normalità, serietà, buona volontà, onestà ed efficienza. Manfredi porta un sogno ad ogni seduta. Associa diligentemente ad ogni elemento del sogno. Parla con tono molto impegnato della sua vita futura e delle sue aspettative. Insomma, tutto ciò che dice e fa è assolutamente “come deve essere”.[3]

Il suo comportamento può essere spiegato in molti modi. Manfredi dovrà affrontare alcuni colloqui ed una selezione per lui decisivi. In effetti, però, di esami ne ha già affrontati molti in passato, senza doversi trasformare in questo modo. L’esame che dovrà sostenere, è diverso da quelli precedenti, perché lo porterà a fare la stessa professione del suo psicoanalista. Inoltre, il suo psicoanalista è un didatta, come i futuri esaminatori. Anche questo però non è del tutto sufficiente per spiegare il comportamento di Manfredi. Ciò che mi stupisce inoltre non è in se stesso il suo comportamento. Quello che è veramente impressionante è la diffusione di questa attitudine (ordinata, piena di buona volontà e conformista) ad ogni gesto e pensiero. È come se la bacchetta magica della quarta fata della fiaba della Bella addormentata (la fata che muta in un lungo sonno la sentenza di morte che era stata pronunciata dalla terza fata con la sua maledizione) avesse trasformato tutto e tutti: uomini, donne, cavalli, cani ed anche gli oggetti.

Manfredi non si rende conto di questo cambiamento globale e delle forze che lo sostengono. Io riesco a comprenderne la potenza e portata, non tanto osservando il suo comportamento di Manfredi e l’andamento delle sedute, ma per uno strano effetto che si sta producendo su di me. Avverto una forte pressione a comportarmi da “psicoanalista per bene”; ad esempio, sento che dovrei interpretare puntualmente i sogni che Manfredi racconta e che peraltro già contengono molte e chiare chiavi di lettura. Mi sento anche io – come il mio analizzando – un po’ sotto giudizio. Insomma, rischio di trasformarmi anche io in un personaggio di un film come Truman show (Lussana 2015).

Dopo avere raggiunto la consapevolezza che ambedue siamo sotto l’influenza del cono d’ombra generato dalla istituzione-psicoanalisi sono in grado di sciogliere molto semplicemente  l’incanto. Dico affettuosamente a Manfredi: “Mi sembra che lei abbia messo in funzione il pilota automatico.  Non riesco più ad entrare in contatto con lei come era prima. Capisco che sta per fare i colloqui per entrare nella Società di psicoanalisi. Però, forse, vi è un po’ troppo timore reverenziale.”

Manfredi è molto sollevato. È come se il mio intervento e soprattutto il suo tono lievemente scherzoso lo avessero riportato nel campo dell’umano e della amichevolezza da un campo di idealizzazione ed onnipotenza in cui si trovava. Il mio intervento amichevole lo ha aiutato ad uscire da una sorta di armatura o ingessatura che aveva addosso e che lo bloccava. Risponde: “Sì, è vero! Mi sono tutto irrigidito. …… Però, lei dovrebbe fare un maggiore sforzo per capire quanto questo progetto è importante per me.” (Bovet 2015).

Anche io mi sento sollevato, mi rendo conto che l’irrigidimento del paziente trovava corrispondenza in una certa mia fobia rispetto alla vita istituzionale. Soprattutto, ono contento che il mio intervento abbia contribuito ad alleggerire Manfredi almeno un po’ dall’invisibile corazza che lo irrigidiva, una corazza che coincideva con il suo corpo e con la sua mente. Noto inoltre con piacere che Manfredi sta richiedendo una mia maggiore vicinanza e più attiva presenza. Addirittura, ha ripreso a parlare con il modo che aveva sempre avuto: gentile, ma spesso critico nei miei confronti. Infatti, ha segnalato che io non avevo capito sufficientemente quanto la riuscita del progetto fosse essenziale per lui.

Dopo questo scambio che ci consente di ritrovarci – nelle sedute successive – le associazioni ed anche i sogni di Manfredi diventano più variati e soprattutto più liberi e spontanei. Il campo analitico recupera le sue caratteristiche di serietà ed impegno, ma anche di intimità e piacevolezza che lo caratterizzavano.[4]

Riflettendo sugli avvenimenti di questo periodo dell’analisi di Manfredi, ho pensato che dovremmo immaginare il campo analitico (anche) come un sensibile “apparato di messa in evidenza”, una sorta di Contatore Geiger.

Quando il campo analitico condiviso si è instaurato, la nostra capacità di immaginarlo come un Contatore Geiger rende possibile l’individuazione di zone allarmate da qualche evento della vita del paziente o la trasformazione dell’intero campo sotto l’influsso di altri campi che si sono resi attivi nella sua mente.

 


 

 

Bibliografia

 

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* Presentato alla giornata di studio organizzata dalla Associazione per lo Studio delle Dinamiche di Gruppo e dal Centro Psicoanalitico di  Genova (sabato, 20 marzo 2016).

 

[1] Sono grato a Giorgio Campoli ed ai colleghi della USL “Roma A” di Via Boemondo per avermi fatto conoscere la vicenda di questo paziente e per avermi autorizzato a riportarla.

 

[2] Circa dieci anni dopo la fine dell’analisi, Maria mi viene a trovare e mi dà nuove notizie sulla malattia della figlia. È stata fatta una diagnosi di celiachia: una patologia che ha anche una base genetica. Nelle forme gravi, la celiachia si può presentare anche con una sintomatologia polmonare. Queste informazioni permetterebbero di dare una nuova lettura al sogno dei tre vasi, vedendolo come un’anticipazione della diagnosi medica.

[3] In botanica vi è un particolare tipo di campo, chiamato “uggia”. L’uggia è l’ombra che un albero (una pianta più grande) getta su una pianta più piccola impedendole di crescere (De Sanctis 2015).

 

[4] La sequenza clinica relativa alla analisi di Manfredi può essere letta utilizzando numerosi concetti psicoanalitici diversi da quello che io ho scelto. Ad esempio, si presta assai bene ad una lettura in termini di una fantasia di coppia che ha assunto la forma del bastione e si è risolta (Baranger e Baranger, 1961/2008). Analoghe considerazioni possono essere fatte a proposito la fenomenologia del campo‑Kriptonite-mente della madre, che potrebbe essere compresa attraverso l’impiego del concetto di identificazione proiettiva. Tuttavia, io resto fedele alla mia chiave di lettura che mi sembra convincente e mi ha offerto buoni risultati nel lavoro clinico.


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